Precariato sicuro

IL PRECARIATO

L’esternalizzazione per il tramite della pratica del subappalto, il cosiddetto #outsourcing, dovrebbe essere uno dei processi funzionali teso a massimizzare la flessibilità e la produttività in uno o più settori di attività. Ma una delle vere finalità per cui si tende a farne uso è la riduzione del costo del lavoro; il risultato è un vantaggio per i manager, non (sempre) per l’azienda stessa (sia nella PA che nel settore privato) e produce svantaggi per il lavoratore. Questo aspetto è solo la punta dell’iceberg, perchè l’outsourcing produce una drastica riduzione del potere contrattuale dei lavoratori, una drastica riduzione, se non un’assenza totale, dei diritti sindacali, ma questo aspetto è irrilevante poichè i sindacati, ad oggi, sono lamentosi, inesistenti. La presenza in azienda (pubblica e privata) di lavoratori non assunti ma subappaltati da altre aziende, in outsourcing appunto, non fa altro che incrementare la “flessibilità”, ma questa va intesa come forza lavoro a basso costo, senza possibilità di far carriera, in breve si tratta di manovali che devono eseguire un compito e niente di più. La frammentazione del processo produttivo in singoli compiti consente all’azienda di pagare solo per il lavoro richiesto, i criteri di valutazione del lavoratore sono arbitrari e a senso unico, così si eliminano i costi di formazione e del personale. Il risultato è che i dirigenti raggiungono l’obiettivo della riduzione dei costi e così percepiscono i premi. La logica degli investimenti viene realizzata solo in parte e spesso fallisce nel lungo periodo. L’organizzazione che usufruisce di questo tipo di outsourcing ne risente qualitativamente e perde in competitività, diventando il solito carrozzone in cui si crea un bacino utile a fornire voti per la politica e altre forme clientelari…
Il ricorso all’outsourcing non dovrebbe essere consentito indiscriminatamente; poichè in tal modo si favorisce il precariato, non la collaborazione, l’autonomia e l’iniziativa, si favoriscono interessi personali dei soliti loschi individui e certamente non favorisce il fare impresa. In definitiva, quindi, si favorisce la solita banda bassotti! Inoltre i lavoratori non sono considerati essere umani, neanche “risorse umane”, neanche soggetti che forniscono un servizio, essi sono il servizio stesso. Il risultato è che non c’è spazio per la dignità, “la dignità non ti fa mangiare”, mi disse un tale…
La capacità di una organizzazione collettiva dei lavoratori è disorientata se non bloccata da queste forme di precariato e, quindi, viviamo una realtà che evidenzia un aumento di precariato senza tutele, a cui il sindacato non sa far fronte, anche se sono più propenso a credere che non voglia far niente.

 

LA COLLABORAZIONE

Un’abitudine diffusa, in molti ambienti di lavoro, è l’essere sgradevoli, trattare male, aggredire i collaboratori piuttosto che coinvolgerli e renderli partecipi del processo decisionale, perchè? Innanzitutto per maleducazione, incapacità, ignoranza… Coinvolgere i propri collaboratori nei processi decisionali, non significa attribuire un ruolo attivo; infatti il coinvolgimento, anche se relegato a semplice ascoltatore, aiuta a non subire passivamente le strategie, a comprenderle e ad affrontare con cognizione di causa un eventuale colloquio, nel merito, con il proprio responsabile, ad esempio, per proporre alternative che potrebbero rivelarsi più efficienti di altre. Aiuta a comprendere che le direttive impartite fanno parte di un sistema che coinvolge altre unità e che si è parte attiva di un sistema: il sistema azienda! Tali azioni tendono a ridurre gli atteggiamenti ostili da parte dei “signor no”, ma se è proprio il “capo” ad essere il “signor no”, allora il problema è molto grave! La capacità di coinvolgere, di condividere, di rendere piacevole il clima nel posto di lavoro, di crescita professionale, ma anche di ottenere risultati positivi richiede maturità, educazione, capacità, intelligenza… Si tratta di doti non comuni e poco diffuse, specie tra il management, capireparto e responsabili vari, cioè proprio da coloro che, invece, dovrebbero favorire e avere un tale comportamento, sia nel pubblico che nel privato.